Leggi, convenzioni ed immaginario collettivo. Come ci si tutela dal fumo nei luoghi di lavoro?

Leggi, convenzioni ed immaginario collettivo. Come ci si tutela dal fumo nei luoghi di lavoro?

“Quali sono gli strumenti utili per diffondere la cultura del non fumo anche nei luoghi di lavoro?” – è questa la domanda che più volte ci pongono i nostri lettori. Un quesito importante che ha stimolato il nostro interesse soprattutto per le motivazioni che portano gli utenti a rivolgersi a noi, richiedendo supporto e informazioni su come potersi tutelare dal fumo passivo nei luoghi dove per legge il divieto di fumare è già obbligatorio da tempo.
Nell’Unione Europea il consumo di tabacco costituisce il principale rischio “evitabile” per la tutela della salute pubblica ma nonostante questo rimane ancora la prima causa di morte prematura, con quasi 700 mila decessi l’anno. Un problema abnorme, per il quale LIAF da tempo si batte con forza. Come abbiamo più volte affermato, esistono rimedi, alternative, cure e strumenti validi che potrebbero ridurre il numero di morti. “Ma più ancora esiste la legge, la regola imposta dai Governi” – ricorda il presidente LIAF, prof.ssa Lidia Proietti.
L’Europa risulta abbastanza avanti rispetto agli altri Continenti ma questo ancora non basta.
Negli anni, il Parlamento Europeo ha adottato una serie di misure per il controllo del tabacco (sotto forma di disposizioni legislative, raccomandazioni e campagne d’informazione) che in parte hanno riscontrato successo grazie al raggiungimento diretto degli obiettivi e in parte, invece, si sono rivelati – come spiega il presidente – “pannicelli caldi”, strumenti del tutto inefficaci.
Le misure dell’Unione Europea comprendono: regolamentazione dei prodotti da tabacco sul mercato dell’UE (imballaggio, etichettatura, ingredienti, ecc.), restrizioni sulle pubblicità per i prodotti del tabacco, creazione di ambienti senza fumo, misure fiscali e lotta al commercio illecito, campagne contro il fumo.
Nel nostro piccolo, in Italia la normativa in vigore è abbastanza chiara e si è sviluppata ancor di più nel corso dell’ultimo decennio:
• Con la L. 03/2003 meglio nota come Legge Sirchia (dal nome dell’allora Ministro Girolamo Sirchia) e denominata “Tutela della salute dei non fumatori”, il divieto di fumo è stato esteso a tutti i locali chiusi, con le sole eccezioni dei locali riservati ai fumatori e quelli privati non aperti ad utenti e al pubblico.
• L’esposizione passiva a fumo derivante dalla combustione del tabacco è un fattore di rischio cancerogeno accertato e si considera fattore di rischio lavorativo qualora sia presente nei luoghi di lavoro. Dalla circolare del Ministero della Salute del 17 dicembre 2004: “La prevenzione dei gravi danni alla salute derivanti dall’esposizione attiva e passiva al fumo di tabacco costituisce obiettivo prioritario della politica sanitaria del nostro Paese e dell’U.E”.
• Nell’Accordo 16 dicembre 2004 si è raccomandato ai datori di lavoro di fornire anche un’adeguata informazione ai propri lavoratori sui rischi per la sicurezza e la salute derivanti dal fumo di tabacco attivo e passivo.
• Con il D.Lgs 81/2008 in materia di “tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro” il datore ha assunto un ruolo centrale nella salvaguardia del proprio dipendente. Il “capo” si è trasformato in un vero e proprio “garante” della salute del proprio dipendente. A lui sono stati demandati i compiti e le funzioni che possano favorire la creazione di un ambiente di lavoro sano, pulito e adeguato agli standard di qualità previsti dalla legge. Spetta proprio al datore di lavoro assicurarsi che nessuno dei suoi dipendenti violi queste regole, costringendo gli altri ad essere “fruitori consapevoli” di fumo passivo. Tra i suoi obblighi vi sono quelli di attuare tutti gli interventi preventivi previsti dalla normativa vigente, ed effettuare la valutazione del rischio da fumo passivo ( art. 28 c. 1, art. 223 D. Lgs. 81/2008) quale agente cancerogeno e quello di adottare misure di prevenzione primaria finalizzate all’eliminazione del rischio. La giurisprudenza valuta il fumo passivo come un fattore di rischio che deve essere adeguatamente affrontato alla pari degli altri rischi presenti negli ambienti di lavoro in quanto è oramai dimostrato il rapporto eziologico fra esposizione e danno.
La sanzione: al lavoratore che trasgredisca il divieto di fumo negli ambienti in cui ciò è proibito potrà essere contestata la violazione dell’art. 20, c.2, lett. b del D.Lgs. 81/08 e s.m.i.
• Attualmente in Italia è consentito fumare solo nei luoghi aperti, in quelli parzialmente aperti e chiaramente nelle dimore private. Diversi studi dimostrano che uno dei luoghi prediletti dai giovani per iniziare a fumare sia stato negli anni proprio la scuola. E proprio per questo che nel 2013, grazie ad una proposta dell’attuale Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, è entrato in vigore finalmente il divieto totale di fumare negli istituti scolastici ed anche nei cortili durante l’intervallo. Un divieto che LIAF ha accolto con immensa soddisfazione.
Ma è anche vero che i numerosi scandali cui abbiamo assistito, soprattutto quelli legati agli uffici della Pubblica Amministrazione italiana – con le immagini dei dipendenti pubblici impegnati a fumare nei posti più disparati e meno sicuri proprio durante gli orari di lavoro – ci hanno abituato a decifrare questi stili di vita come quasi convenzionali. Come già ribadito in precedenza, “si è paradossalmente accettato che la pausa dal lavoro per la sigaretta fosse consentita – ha spiegato la Proietti – ma così non è. Non esiste nessuna legge che autorizza o consente al dipendente di assentarsi dall’ufficio o di fermarsi durante le ore di lavoro per fumare una sigaretta, né tantomeno esiste una legge che permette agli stessi di fumare in luoghi chiusi aperti al pubblico, anzi in questi casi devono essere sanzionati”.
“La programmazione di Politiche Pubbliche specifiche per la tutela della salute dei fumatori e dei soggetti a rischio di fumo passivo – ha concluso il presidente – è l’unica soluzione certa possibile. I fumatori sono soggetti di per sé malati, che presentano una patologia e che vanno trattati con un approccio pluridisciplinare che va dalla consulenza psicologica, ai farmaci e deve comprendere anche prodotti alternativi a basso rischio, qualora non si riesca a smettere con i metodi tradizionali.”
Ma spetta alle scelte dei singoli Stati comprendere che le abitudini da fumo rappresentano un reale e grave pericolo per la salute dei cittadini e che la tutela dei lavoratori è fondamentale per ridurre le morti da fumo.
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