La storia di Manuela, smettere di fumare al CPCT di Catania

La storia di Manuela, smettere di fumare al CPCT di Catania

Sono Manuela Leonardi, 30 anni ed ex fumatrice dal 2014. 
Figlia di fumatori incalliti, al punto tale che i miei abiti puzzavano di sigaretta come se fossi direttamente io a consumarla, le suore a scuola mi chiamavano ciminiera ma io non me ne curavo più di tanto perché quella per me rappresentava la normalità.

Ho acceso la mia prima sigaretta all’età di 10 anni rubandola dal pacchetto di mia madre, la curiosità di capire cosa si provasse a fumare era troppo forte. Apprezzai il sapore della sigaretta, che per me era familiare, senza nemmeno avere lo stimolo della tosse. Fino ai 13 anni il consumo è sempre stato saltuario: qualche festa, nei bagni della scuola, qualcuno di nascosto in casa.

Alle scuole superiori arriva quella che secondo me è la svolta: inizio ad acquistare pacchetti di sigarette. Rubarle o farsele offrire non era più abbastanza, dovevo possedere il mio pacchetto e da quel momento in poi non mi sono mai trovata sprovvista. Ho fumato per 13 anni inizialmente 10 sigarette al giorno, cifra che è raddoppiata nel momento in cui ho avuto il coraggio di fumare davanti ai miei genitori.

Non ho mai voluto smettere di fumare, perché temevo di non saper sopravvivere ai problemi senza la sigaretta. Fumavo in ogni occasione: a letto, a mare, sotto la doccia, con la bronchite, durante le cene mi costringeva ad alzarmi da tavola e uscire fuori al freddo per fumare, fumavo anche in ambienti chiusi incurante del fastidio che potevo causare a chi mi stava accanto. Il binomio Manuela-sigaretta era imprescindibile, era diventata parte della mia mano. Ciclicamente quando il numero delle sigarette saliva, o se mi accorgevo che salire una rampa di scale diventava un problema, mi obbligavo a diminuire il numero, passando da 25 a 10, per poi ricominciare come e peggio di prima.

La svolta

In qualità di studentessa di Medicina spesso assistevo ad interventi chirurgici, e il mio vizio mi obbligava ad uscire dalla sala operatoria per fumare la sigaretta. Questa situazione mi stava diventando ormai stretta: ostacolava quello che era il mio più grande sogno, diventare medico, mi impediva di assistere ad interventi affascinanti e quindi di viverlo questo sogno.

Il caso ha voluto che uno dei mie docenti di corso ci fosse il professore Riccardo Polosa. Ricordo che
durante la sua lezione di presentazione del corso di immunologia, fece un breve accenno al centro anti fumo che gestiva presso il Policlinico di Catania. Decisi di approfondire la questione e lui si rese immediatamente disponibile ad aiutarmi.

La prima parte del mio percorso fu gestita dal professore Pasquale Caponnetto, psicologo. Dopo aver
raccontato la mia storia, e avermi somministrato dei questionari di valutazione ha studiato per me un iter su misura che prevedeva supporto psicologico e frequenza a seminari dedicati alla cessazione del vizio del fumo. La seconda fase prevedeva decidere di smettere di fumare. Diminuire gradatamente il numero di sigarette, sostenuto dall’assunzione di vareniclina e dall’utilizzo al bisogno di una sigaretta elettronica fornitami dal centro, fino al raggiungimento in 2 settimane circa della data zero quella in cui avrei dovuto smettere di fumare.

Nell’ansia di non sapere distribuire le sigarette durante le ore decido di non fumarne più. Ho passato la prima settimana piangendo tutti i giorni, e affidandomi ai consigli dei consulenti del centro: in caso di desiderio di sigaretta sorseggiare acqua, mangiare cetrioli, finocchi o altri vegetali, diffidare dai fumatori tutti e rifuggire da ogni possibile occasione che potesse farmi evocare la voglia di sigaretta.

È stato un incubo: 
– Il primo a volermi boicottare fu il mio cervello: non avevo mai sognato tanto come in quel periodo. Ogni notte sognare di fumare, e durante il sogno mi sentivo miserabile per aver interrotto il mio percorso di “liberazione”.

– Ho scoperto che un fumatore non accetta di buon grado che un altro fumatore voglia smettere di fumare, nemmeno se il fumatore in questione è un parente stretto.

– Più gli amici fumatori ti vedono in difficoltà, più sono propensi ad offrirti una sigaretta.

– Bere un caffè è diventato grottesco: non riuscendo a fare a meno del caffè mattutino o post pranzo, lo bevevo salvo poi correre a sciacquarmi la bocca perché quel gusto evocava in me una voglia incoercibile di fumare.

– Bere un drink fuori con gli amici non aveva più senso, come aveva perso senso anche gustarsi un buon pranzo o fare la pausa tra una lezione e un’altra.

È stata una sfida immane. Ma sono riuscita a rimanere ferma nella mia decisione  nonostante i problemucci:
1) Instabilità emotiva: la sigaretta per me rappresentava una valvola di sfogo utile a gestire il nervosismo dovuto agli imprevisti che chiunque deve affrontare giornalmente.

2) Fastidiosissima tosse stizzosa per almeno 6 mesi dalla cessazione del fumo.

3) Aumento di peso, probabilmente associato al fatto che ne assumo di più nei momenti di stress.

CONCLUSIONI:

Vivo costantemente nel terrore di ricascare nel vizio. Non abbasso mai la guardia, neanche a distanza di tutto questo tempo perché ho visto quanto è facile ricadere nella trappola, ed ho sofferto troppo per uscirne e vanificare quel percorso di liberazione.
A distanza di 3 anni e mezzo non sono di certo diventata una sportiva, non è nella mia indole. Di contro però ho risparmiato 5 euro al giorno per 1278, cioè 6390 euro che ho potuto guadagnare in salute e spendere in avventure e viaggi, per godermi la vita. 

Non devo più smettere di fare qualcosa che amo perchè la sigaretta dev’essere fumata a tutti costi. Non devo evitare di organizzare lunghi viaggi in aereo per timore di non riuscire a sopportare 2 o 3 ore senza la nicotina. Sono finalmente riuscita a rendermi indipendente e questo per me vale, paradossalmente, più del benessere del mio apparato respiratorio.

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